Il tono di voce

Qui ero in una libreria di Urbino.

Era il giugno del 2017; avevo appena finito una presentazione, avremmo passato la sera a giocare a biliardino.

Stamattina stavo ascoltando una vecchia canzone di Lucio Dalla; mi ha commosso una strofa, 

Quell'uomo e il suo cuore benedetto / Che è sceso dalle scarpe e dal letto / Si è sentito solo / È come un uccello che in volo / È come un uccello che in volo / Si ferma e guarda giù

Ho pensato, ricordando la lezione che ha tenuto Alessandra Minervini nel residenziale del weekend scorso, che forse questa è la voce. A volte confondiamo la voce con il falsetto; Hans Zimmer in una sua Masterclass spiega che gli piace appoggiare le sue musiche negli accordi in Re, perché è come se creasse un basamento intorno al quale tutta la melodia si può dispiegare. Quella è la voce, per me: ossia, l’individualità della persona, il suo punto di vista unico che rende il suo apporto al mondo unico.

A volte rifletto sul mio tono di voce da scrittore. Penso che tutte le volte che il mio tono di voce è stato autentico, io c’ero; tutte le volte che non lo è stato, non c’ero – cercavo di essere performante. Ma la performance è nemica della prestazione; la performance è sempre falsetto.

Sono stato autentico nell’incipit de La conservazione metodica del dolore; un attimo che vado a prendere il testo.

[...]come fotografo sono stato chiamato al mondo, da quando scaldavo all’accendino la chiave del Ciao perché entrasse in una serratura congelata, e nel camminare mi spostavo sul marciapiede per cercare una prospettiva più tagliata dei balconi o delle auto, o semplicemente una parte assolata per sfuggire al freddo dell’inverno.

Sono stato autentico nell’incipit de L’argentino, in diverse parti di Nudi come siamo stati; lo sono stato in tutto Un re non muore. Lì per forza: era questione di vivere o morire, ma lo sanno in pochi.

Trovare la nostra voce significa capire qual è il punto di origine reale della storia. Perché ieri, che era San Valentino, ho parlato di come scrivere l’amore; ma oggi, che è San Faustino, dico che se la narrazione è un fiume, bisogna sempre chiedersi da quale monte discende.

È una questione di autostima, la voce, anche; una questione di sapere che se l’ego può essere un ostacolo insormontabile, l’insicurezza può essere un elemento di ego.

Quando ascolto Lucio Dalla, ci sono diversi elementi della sua poetica che mi commuovono. I riferimenti agli insetti (le mosche in Come è profondo il mare, le zanzare in Ma come fanno i marinai); una violenta sensualità nei confronti del prossimo (la frase in citazione sopra, tutta la canzone Stella di mare); i piccoli riferimenti quotidiani che ogni volta mi fanno pensare che la vita è bella.

Soprattutto, Lucio Dalla è la voce intensa, non estesa. È qualcosa che viene da dentro e non ha bisogno di dimostrarsi, come il primo Pino Daniele, come il Daniele Silvestri che ho sentito (Marzo 3039 mi fa quell’effetto, o Tu non torni mai, per dire).

Quando guardo le mie foto migliori, hanno quella caratteristica: il mondo che vedete e il mondo che non vedete; e cospirano. Lì sono di spalle ed esploro lo spazio circostante, lo vedete? Il giorno prima è morta mia zia, io sono a Urbino, sono furioso; e giocherò a biliardino fino a una semifinale, che perderò.

Tutto questo è quella roba che chiamo io, e scrive.

(Poi, se siete giornalisti e volete parlare della vostra voce, l’11 marzo terremo un corso in presenza a Milano, al Fantastudio di via De Sanctis; magari vi interessa, se vi interessa contattatemi).

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