[Racconto] La pianta di cachi.

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Un piccolo racconto esistenzialista, forse, la cui morale mi sfugge.
 
Ieri stavo camminando vicino al parco del Ticinello e ho visto un uomo arrampicarsi su una pianta di cachi.
Era una persona dall’aspetto visibilmente povero, ci sarebbe stato bene sotto il bandoneon, se capite cosa intendo; nel passare da un ramo all’altro in cerca dei frutti a tratti mi sembrava una salamandra, a tratti solo un Cristo senza la sua croce.
Se non, forse, quella dei rami.
A un certo punto si è appeso, e non scendeva. Mi sono avvicinato per far notare la mia presenza se solo l’avesse voluta; non volevo avvicinarmi troppo per paura che i miei vestiti – normali vestiti, una maglietta e un paio di bermuda da poco prezzo, fa ancora caldo – lo facessero sentire in imbarazzo.
Ma non si muoveva. Aveva gli occhi aperti, e non si muoveva.
Ho fatto altri due passi, e non si muoveva. Poi mi sono schiarito la gola, e non si muoveva.
Alla fine gli ho detto: “Ha bisogno?”
E lui: “Eh?”
“Ha bisogno?”
“Nono, grazie”.
“Ah”.
Mi sono seduto su un muretto che era lì, pensando: se dovesse aver bisogno, sarò già qui. Ma non si muoveva: si guardava intorno e non scendeva.
“Senta” gli ho detto infine – stava salendo l’umidità dei Navigli e della sera, e avevo voglia di andare a casa – “Senta” dicevo, gli ho detto “Senta, ma sicuro di stare bene?”
“Sìsì”.
“E cosa fa?”
“È che ho realizzato di essere un po’ come un caco, mi capisce?, anche io; e allora sto qui, appeso a mia madre, a guardare la gente che passa”.
Mi sono alzato, mi sono tolto un po’ di vecchio fango dalle scarpe, e me ne sono andato indispettito; pensando, però, a quanti di noi, mollicci dentro, un po’ sfilacciosi, stiano ancora cercando la propria pianta.
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