La natura salvifica del racconto.

Il terremoto è un evento naturale, nei due sensi: naturale perché di natura, e naturale perché è normale che occorra.
Scuote la terra nel profondo, crea fratturazioni, butta giù palazzi con l’insensibilità del pollice che spacca in due la corazza di una formica; e la gente che c’era dentro, per lui, vale quanto la vita della formica per noi, che due secondi dopo ce ne siamo dimenticati.
La scrittura in questo senso è un terremoto: è un’azione di forze sottostanti che pian piano collidono, anche per milioni di anni, finché non sbattono; e i valori in gioco sono anche capaci di distruggere il mondo circostante.
Scriviamo racconti di merda, o racconti bellissimi, ci portiamo dietro personaggi che sono palle al piede o apriamo gli occhi di notte perché finalmente abbiamo capito qual è il problema; è che dentro di noi qualcosa si sta muovendo; la tecnica è la capacità straordinaria di gestire questo qualcosa. La distruzione è tale per un occhio ancorato al passato: per l’occhio legato al presente, le macerie sono il paesaggio intorno a sé. A volte il gioco è imparare a riconoscere le macerie come tali, e non dirsi più: Ah, questo è quel palazzo.
Per questo per me scrivere non è altro se non terapia; e dire che scrivere non è un atto terapeutico è ripudiare il mare e pretendere di navigare. Puoi essere un ottimo marinaio, ma se ricusi le forze profonde i tuoi racconti saranno tecnici.
(Poi ci sono eccellenti tecnici in circolazione, e eccellenti autori del mistero; e eccellenti autori del mistero che si fingono tecnici, cosa che non mi dispiace, e autori tecnici che si fingono del mistero, cosa che disprezzo).
Per questo nel nuovo corso che ho proposto per l’autunno del Penelope Story Lab parlo della natura segreta delle storie; perché ho voglia di capire che lingua parla l’inconscio, e di far emergere le forze sovrumane della letteratura – non solo terapeutiche, ma anche salvifiche.
 
(Poi, se invece qualcuno vuol lavorare direttamente con me, basta che vada qui: e mi scriva).
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