L'amore in scrittura.

L’amore in scrittura non è l’amore che si scrive, ma l’amore che si riversa in ciò che si scrive.

Fai finta che la scrittura sia una traduzione: è come se io pensassi, o meglio, provassi nell’intimo un qualcosa – che può essere un’idea, ma anche un sentimento -, e capissi che per darti quell’idea, o quel sentimento, avrei bisogno di tradurlo.

Perché tradurlo? Per vari motivi.

Il primo è che magari io quell’intimo non te lo voglio esattamente comunicare. Se sono innamorato, mettiamo, potrei voler proteggere questo amore; se è un ricordo di violenza, potrei voler proteggere me, o anche te. Scrivere non è dar le viscere al lettore; è mostrarle al lettore. Tutta un’altra cosa.

Il secondo, è perché comunicare qualcosa non significa instillarla nella testa dell’altra persona. Se io ti dico che sono arrabbiato, non provi rabbia; puoi semplicemente provare un sentimento complementare alla mia rabbia – per esempio: la mia rabbia ti può far paura -, o puoi provare un sentimento attutito, come, che ne so, timore; oppure ancora puoi fregartene.

Ma tradurre significa condurti per sentieri accidentati per costruirtela, quella rabbia.

E spesso quei sentieri, più sono accidentati, più aumentano l’intensità del sentimento.

Faccio un esempio.

In Un giorno di ordinaria follia (Falling down, regia di Joel Schumacher, 1993), la rabbia è preceduta dalla frustrazione, e si costruisce a partire da quella frustrazione: William è bloccato nel traffico in un giorno di caldo violento. Due fattori di stress – traffico e caldo – che portano la sua frustrazione a un livello superiore, per farla sfociare in rabbia.

Se William avesse sbroccato, noi avremmo detto: Vabbè, è un pazzo.

E invece diciamo: Ah, anche io, portato a questi estremi, potrei prendere una mazza ferrata e spaccare tutto.

 

Questa immagine è altamente esplicativa. William ha una lente intatta e una rotta, e quindi la sua visione della realtà sarà parzialmente corretta, parzialmente frammentata. Alcune sue rimostranze sono giuste, o umane; la rabbia le porta a conseguenze eccessive.

In tutto questo, l’amore consiste nel portare pazienza, e stare nella narrazione. Se dico “Sono arrabbiato” non sto nella narrazione; pretendo di fare in un passaggio ciò che potrei fare in venti, costruendo qualcosa invece che dirlo.

Dire, in narrazione, è un peccato mortale.

Per questo, proviamo a pensare a una scena in cui, che ne so, Martina confessa a Piero che lo ama.

Se voglio arrivare lì, mi faccio alcune domande. In che contesto posso rendere questa confessione più spiazzante, intollerabile, profonda, rivelatoria? Non sono trucchetti: sono modi che ho per comunicare il mio amore in modo che all’altro arrivi l’amore.

Per esempio: Martina è in una posizione di conflitto aperto con Piero – invento: Piero è la persona che Martina è stata chiamata a sostituire al lavoro, e Martina lo farà, sapendo di sancire in qualche modo un fallimento professionale per Piero. Mettiamoli in un’ulteriore condizione di sostituzione, per cui questo amore sarà di fatto impossibile: il lavoro è in un posto estremo – una stazione meteorologica? -, per cui, all’arrivo dell’uno, l’altro prima o poi deve andare.

Oppure: attraverso quale evoluzione la confessione diventa spiazzante, intollerabile, profonda, rivelatoria? Togliamo di torno l’odio che arriva all’amore, o incesti et similia: quella lì è tutta roba facile. Per esempio: esiste una precondizione per la quale quell’amore lì è un enorme problema? Sì: tra le altre, la differenza di età in Maledette malelingue di Ivan Graziani, le famiglie d’origine in Romeo e Giulietta, un matrimonio precedente nel canto quinto dell’Inferno, tra Paolo e Francesca.

Oppure ancora: attraverso quale evoluzione personale questa confessione è più spiazzante, eccetera? Per esempio, in Ufficiale e gentiluomo (An officer and a gentleman, regia di Taylor Hackford, 1982) soltanto l’evoluzione psicologica di Zack, portata alle estreme conseguenze dall’allenamento tirannico di Foley, condurrà alla scena finale in cui entrerà finalmente in fabbrica a cercare la donna che ama.

Amare in scrittura non significa portare l’amore nel testo, ma sul testo; accettare le meraviglie della pazienza, che ci porta là dove non sapevamo di voler andare.

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6 commenti su “L’amore in scrittura”

  1. Nel caso dell’amore bisognerebbe fare una distinzione tra:
    emozione
    sentimento.
    Il primo è l’attimo, un momento che si esaurisce e che verrà sostituito da altri.
    Il secondo invece è il risultato di un percorso fatto di più emozioni.
    Detto questo, credi che in entrambi i casi sia fondamentale descrivere l’evoluzione? O solamente nel primo caso?
    Buona giornata

    1. Tutto ciò che è sentimento è evoluzione o involuzione.
      L’emozione anche, se ci pensi, ha degli stadi. Quindi, comunque, io starei negli stadi per vivificarli.
      Per dire: se dici “Lui la guardò e la baciò”, scompare TOTALMENTE la volontà di lei.
      Se dici “Lui la guardò” – scusa, esempio veloce, sto facendo lezione -, “e si concentrò sull’efelide che aveva sotto l’occhio per non guardarla negli occhi. Era convinto che se l’avesse guardata negli occhi sarebbe morto. No, non era convinto di niente, esser convinti è letteratura; lui sapeva che non avrebbe potuto guardarla. Si disse qualcosa, che non sapremo, perché lei gli disse: Mi baci? E quella domanda gli fece tenerezza, prima che accadesse”.
      Qui c’è altro, oltre all’amore.

  2. Qualche anno fa ho seguito un corso per sommelier. Uno di quelli tosti, mica quelli che fa mio cugino che imbottiglia vino.
    Quel corso mi ha portato alla riflessione su alcune questioni, che parrebbero limitate al mondo dei vini e/o dei sensi utilizzati e invece no, perché vanno oltre. Perché, alla fine, la vita è fatta di un insieme di cose e, tra queste, pure di questi corsi, nei quali ti trovi ad andare per una ragione (curiosità) e ne scopri un’altra (più filosofica).
    La difficoltà provata, sia nella fase olfattiva che gustativa, almeno all’inizio, non era quella di capire a cosa mi riportassero quegli odori/profumi o gusti. Piuttosto era quella di riuscire ad associarli a qualcosa a me noto.
    Riconoscevo, ad esempio, il profumo dei fiori rossi, ma non riuscivo a verbalizzare (e di conseguenza scrivere) quali fiori rossi mi ricordassero. Mica tutti i fiori rossi hanno lo stesso profumo.
    Con il gusto pure. Percepivo un gusto che avrei voluto associare a qualcosa che i miei sensi avevano interiorizzato, ma la mia mente non riusciva a pescare cosa fosse. Poi è andata meglio, ma tutto questo mi ha portato a riflessioni più profonde che non si sposano solo e necessariamente con i vini, anzi.
    Non sono sicura di essere riuscita a spiegare bene.
    Lo stesso mi capita con la scrittura, alle volte. Vorrei “verbalizzare” quello stato emotivo o quella sensazione, ma risulta difficile farlo in modo da far arrivare esattamente quella cosa lì. E non basta trovare la parola giusta. Credo sia più un insieme di parole che portano a quella cosa lì.
    Credo che l’esempio calzante sia la tua risposta al commento di Cristina, dove hai descritto quel che hai descritto e aggiunto: «qui c’è altro oltre che l’amore».
    Grazie per i tuoi spunti!

    1. Grazie a te, Roberta.
      Quello che racconti, per me, è la letteratura. La letteratura racconta le cose prendendo il giro largo, perché lo scritto arriva oltre ciò che si pensa di dover dire, e perché far provare una cosa significa anche estrarla, in tutte le sue conseguenze, dalla coscienza.
      Ho molto a cuore la questione delle conseguenze; ne parlerò, spero presto.

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